Unità d’Italia: se Bossi avesse ragione?

tratto da: ffwebmagazine.it

di Alessandro Campi

Perpetuarne le ragioni è una scelta politica e una responsabilità individuale

E se avesse ragione Bossi, quando sostiene che festeggiare l’unità d’Italia sia uno spreco di tempo, oltre che di soldi? Insomma, proviamo a prendere per buone le sue riserve e chiediamoci se le celebrazioni messe in cantiere per questa ricorrenza servano davvero a qualcosa, abbiano un qualche significato politico generale.

Un rischio in effetti esiste, che Bossi, forse involontariamente, ha messo a nudo. Che tutto si risolva, da qui al prossimo anno, in parate e grandi discorsi, caratterizzati dal tono retorico-enfatico – fastidioso ma inevitabile – tipico degli appuntamenti ufficiali. Il pericolo, in altre parole, è il susseguirsi di manifestazioni e iniziative, magari anche belle e coreografiche, alla fine delle quali gli italiani si ritroveranno però esattamente come sono oggi: scettici sul destino loro paese, sempre più distanti l’uno dall’altro, presi solo dal loro tornaconto immediato e dalle loro quotidiane preoccupazioni, poco interessati alla loro storia, che semplicemente non conoscono più, e assai impauriti del domani incerto che li aspetta. Insomma, si farà festa, si sventolerà il tricolore, si canterà l’inno a squarciagola, ci si stringerà frementi, giovani e anziani, attorno all’autorità di turno, ma per un giorno soltanto, all’indomani tutto sarà dimenticato.

Se così dovessero andare le cose, se le celebrazioni saranno per davvero solo uno sfoggio di bandiere al vento e di figuranti in divisa da garibaldino, un accavallarsi di scolaresche annoiate in gita coatta e di programmi televisivi d’intonazione pedagogica, certo Bossi ha ragione da vendere. E potrà così giusti fare il suo chiamarsi fuori, insieme ai suoi uomini, da tutto questo. In un paese lacrimevole e storicamente ammalato di retorica, incline all’illusionismo e poco abituato a confrontarsi con la realtà, di tutto si sente il bisogno, in un momento difficile come l’attuale, nel quale l’Italia rischia per davvero di sfaldarsi, meno che di un ennesimo bagno di belle parole e di rievocazioni sul filo del sentimentalismo.

Ma è possibile, anzi augurabile, che le cose prendano una piega del tutto diversa. E che oltre alla retorica, obbligatoria e persino benefica in certi casi, alle mostre e alle sfilate, agli appelli accorati all’unità e all’orgoglio nazionale, ci si concentri anche su altri e forse più decisivi aspetti. Ad esempio sull’analisi delle ragioni, storiche e politiche, che hanno portato l’Italia a infiacchire, strada facendo, la propria identità nazionale e il senso di una comune appartenenza. Perché – chiediamoci tutti insieme – siamo arrivati stanchi e senza motivazioni ad un appuntamento simbolicamente tanto importante?

Sarebbe inoltre utile approfittare di quest’occasione, per molti versi unica, per domandarsi intorno a quale visione condivisa del futuro, a quale progetto politico collettivamente vincolante, gli italiani possano ancora raccogliersi e riconoscersi come tali. Il che appunto significa non limitarsi a festeggiare il traguardo storico dell’unità politica, che è una pagina importante ma ormai lontana della nostra esperienza come popolo, ma interrogarsi su ciò che l’Italia – come realtà politicamente e socialmente unitaria – vuole essere oggi e domani. Su quali basi costruire il nostro futuro come nazione?

Sarebbe anche utile e opportuno cogliere questa ricorrenza per ripercorrere la vicenda risorgimentale, come da più parti viene suggerito, fuori dai consueti canoni scolastici o didattici, guardando cioè al nostro passato con occhio finalmente critico, andando alla ricerca delle zone d’ombra e delle pagine non sempre edificanti che ogni vicenda storica, anche la più gloriosa, porta con sé. Ben venga dunque un sano revisionismo, anche sul nostro Risorgimento e sui nostri non sempre limpidi eroi, che naturalmente non significa invertire il senso della storia, ma esattamente il contrario: fare un’opera di verità che tagli l’erba sotto i piedi ai falsificatori oggi di moda e a coloro che – come appunto nel caso dei leghisti – vorrebbero soltanto sostituire l’Italia reale e contraddittoria che abbiamo faticosamente costruito in centocinquant’anni con un’Italia mitica e leggendaria che semplicemente non è mai esistita.

Se tutto ciò accadrà, se cioè ragionando con sobrietà e rigore sul nostro passato riusciremo anche a ragionare in modo serio e responsabile del futuro che ci aspetta, le celebrazioni, anche se accompagnate da frasi roboanti e saluti militari d’ordinanza, saranno tutt’altro che inutili o una perdita di tempo. Saranno invece un importante momento di verifica, storica e politica, utile per capire quale idea d’Italia, passata e futura, quale disegno istituzionale e quale visione della società, abbiano in testa i nostri governanti; per comprendere quali sentimenti reali, al di là delle solite lamentazioni e del continuo piangersi addosso che è la nostra storica specialità, alberghino nel cuore degli stessi italiani; per chiarire se esistono, dal Nord al Sud, una volontà comune e una comune memoria che ancora sorreggano la nostra nazione.

L’unità nazionale non è un dogma, è una condizione storica per definizione reversibile. Festeggiarne le origini è un obbligo istituzionale. Perpetuarne le ragioni è una scelta politica che chiama in causa la responsabilità di ognuno di noi.
Pubblicato su Il Mattino di oggi
6 maggio 2010

Lascia un commento

Non c'è ancora nessun commento.

Commenti RSS TrackBack Identifier URI

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.